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Quando cambi tu, cambia anche il tuo business: la storia di Virginia Scirè

Virginia Scirè racconta WearMe, la moda etica e le scelte che hanno cambiato il suo modo di fare impresa, dalla delega al valore del lavoro.

Chi costruisce un business da sola inevitabilmente vive una fase in cui fa tutto in prima persona, e quando l’attività cresce scatta la trappola: pensare di dover tenere ogni cosa sotto controllo per farla bene. 

Virginia Scirè quella convinzione l’ha smontata.

Imprenditrice digitale, founder e CEO di WearMe, brand italiano di intimo e moda etica, ha imparato che far crescere un business significa anche capire quando è arrivato il momento di delegare, fidarsi del team e lasciare spazio alle competenze degli altri.

Ha aperto il suo primo e-commerce nel 2009, quando vendere online era una scommessa che quasi nessuno voleva fare, e in quattro anni lo ha portato a sfiorare il milione di euro di fatturato con più di 50.000 clienti registrati.

Da lì è ripartita altre volte, fino a costruire WearMe e a trasformarlo nel brand di moda etica che guida oggi. Inoltre, ha deciso di mettere diciassette anni di competenze digitali al servizio di altre imprenditrici come business mentor.

In questa puntata di Salti, i pensieri che muovono il business, racconta cosa ha imparato costruendo aziende, cambiando direzione, sbagliando, ricominciando e soprattutto imparando a non dover fare tutto da sola.

Delegare per far crescere il team e il business 

Per anni Virginia ha gestito ogni parte del business, convinta che fosse l’unico modo per garantirne la qualità.

Costruire un team l’ha messa davanti al passaggio che descrive come il più duro del suo percorso: fidarsi e smettere di controllare ogni cosa. 

Da founder abituata a occuparsi in prima persona di ogni mansione, sentiva sempre di sapere qualcosa in più rispetto agli altri, e quel bisogno di controllo la teneva incollata al business invece di lasciarla libera di guidarlo.

“La cosa più difficile da imparare è stata proprio questa, dire mi fido e non devo controllare tutto”

Delegare, per lei, non ha voluto dire perdere qualità, ma dare al team lo spazio che meritava e dare all’azienda la possibilità di scalare. 

È stata una condizione arrivata quasi per necessità, in un periodo in cui non riusciva a essere presente su tutto, che è riuscita a trasformare in un modo nuovo di essere imprenditrice. 

 Virginia Scirè racconta WearMe e la moda etica

Quando cambia l’imprenditrice, cambia anche l’azienda 

C’è un filo che tiene insieme tutto il suo percorso: ogni salto nel business è arrivato dopo un salto personale.

Il team assorbe l’energia di chi lo guida e gliela rimanda indietro. Il modo in cui una founder comunica, delega, prende decisioni e affronta le difficoltà entra inevitabilmente nel funzionamento dell’azienda.

“Come imprenditrice, hai sempre la responsabilità del team con cui collabori, cioè che collabora insieme a te. Quindi parte tutto da te. Anche il team che non funziona.”

È un principio scomodo, perché toglie molti alibi, ma restituisce anche una possibilità concreta di intervento: prima di chiedersi cosa dovrebbero cambiare gli altri, ha imparato a chiedersi cosa può cambiare lei.

Trasformare WearMe in un brand di moda etica

La storia di WearMe parte da lontano.

Nel 2009 apre il primo e-commerce di abbigliamento per bambini mentre tutti la prendono per matta e alcuni fornitori si rifiutano di rifornirla proprio perché vende online. In quattro anni quell’attività arriva a sfiorare il milione di euro di fatturato e supera i 50.000 clienti registrati.

Quando nel 2013 arriva la seconda figlia e inizia a portarla con la fascia, quasi per caso nasce anche una community di mamme che nel giro di un mese supera le tremila persone.

A quel punto passa dalla vendita alla produzione: disegna le fasce, le presenta alla community e produce sulla base degli ordini raccolti.

Dopo un problema di salute che la costringe a letto per mesi, sceglie di vendere la prima azienda e, proprio in quel periodo, disegna il primo capo del marchio: la giacca per portare i bambini con fascia e marsupio. 

Da quel momento WearMe cambia pelle ancora, fino al brand di intimo e moda etica di oggi seguendo un principio che a Virginia sta a cuore da sempre: 

“I capi devono durare di più perché il nostro ambiente non può più permettersi che prendiamo le cose, le mettiamo due volte e poi le buttiamo”

Da questa visione nascono scelte che vanno contro le regole della moda:

  • vendere su preordine, per non produrre più merce di quella che serve;
  • lavorare il più possibile con fibre naturali, migliori per il corpo e per l’ambiente;
  • tenere la produzione in Italia invece di spostarla nei paesi dell’est asiatico.

Fare margine diventa più complesso quando si sceglie di produrre in Italia e quando l’obiettivo è creare un capo destinato a durare anni. Ma proprio quella durata costruisce qualcosa che un prodotto usa e getta difficilmente può dare: reputazione, fiducia e una relazione più forte con chi sceglie il brand. 

Portare la verità dentro il brand

Per Virginia non esistono una Virginia persona e una Virginia imprenditrice con valori diversi: sono la stessa, e in cima a quei valori mette la verità.

Da qui una scelta che va contro il racconto patinato del marketing: accanto ai lanci riusciti ha cominciato a mostrare anche quelli falliti, le fatiche e gli inciampi che di solito restano dietro le quinte:

“I miei valori di persona non possono essere diversi dai valori della me imprenditrice, motivo per cui uno dei valori per me è la verità”

In un periodo in cui le persone pesano ogni spesa, la decisione di acquisto passa anche dalla fiducia. Riconoscere a voce alta un insuccesso racconta chi c’è realmente dietro un brand e permette alle persone di scegliere se riconoscersi oppure no.

La 5dove ha posto una condizione da cui non deroga: tenere la vita privata fuori dai canali.

Sui social, quindi, è presente solo quando lo sente davvero, non quando deve esserlo. Nei periodi in cui sceglie di non esporsi, la comunicazione del brand continua comunque grazie al team. 

Anche questo, in fondo, è un altro modo di declinare la delega. Il brand può restare attivo e coerente nella sua comunicazione anche senza la presenza costante della founder. 

 Virginia Scirè e uno dei suoi prodotti di WearMe che aiutano le mamme a sentirsi sicure e accoglienti con il proprio bimbo

Quanto vale il proprio lavoro?

La puntata affronta anche uno dei temi più concreti per chi fa impresa: come stabilire il prezzo di un prodotto o di un servizio.

Per WearMe, Virginia parte dai numeri.

Il prezzo deve permettere di coprire i costi dell’azienda, remunerare correttamente il lavoro di chi produce e mantenere il prodotto accessibile al mercato a cui si rivolge.

Tre esigenze che devono convivere:

  • Sostenibilità economica dell’impresa;
  • Compensi equi lungo la filiera;
  • Prezzo sostenibile per il cliente.

Quando Virginia passa dal prodotto alla consulenza, però, il ragionamento cambia.

Il discorso cambia sulla parte consulenziale, nata quest’anno, quando ha deciso di mettere le sue competenze digitali al servizio di altre imprenditrici. 

Lì il prezzo non esce da un foglio di calcolo ma dal valore che riconosci al tuo lavoro, uno dei temi su cui Virginia ha lavorato di più, e la conferma è arrivata concreta “Ho mandato la prima offerta ad un’azienda cui sto facendo consulenza che senza battere ciglio l’ha firmata”

Un cliente che firma il primo preventivo senza obiettare dimostra che il valore, quando lo riconosci tu, lo riconoscono anche gli altri.

Uscire dalla ruota del criceto della crescita continua 

C’è un momento, racconta Virginia, in cui segui la tua visione con la giusta energia e i risultati arrivano quasi da soli, non senza fatica ma con una velocità che non ti lascia il tempo di accorgertene. Lei ha imparato a leggere i segnali: quando incontra troppi stop capisce che quella non è la strada, e sceglie di fidarsi dell’intuito.

“Ho imparato ad ascoltarmi perché quando non l’ho fatto ne ho pagato le conseguenze”

In una società costruita sulla performance, dove conta solo fare e poi fare ancora, Virginia ha scelto di scendere dalla ruota del criceto: fermarsi a godersi i traguardi, rafforzare e rendere stabile quello che esiste già invece di correre subito verso l’obiettivo successivo. Avere visione, per lei, comprende anche il saper stare.

Il consiglio: guardare i numeri e scegliere con coraggio

A chi muove i primi passi e a chi manda avanti un’impresa da anni Virginia lascia un consiglio che unisce due cose di solito tenute separate: il coraggio nelle decisioni e la lettura dei numeri. 

Il coraggio senza i numeri diventa azzardo, i numeri senza coraggio restano una tabella che non muove nulla, e nel mezzo mette l’investimento su di sé, perché ogni ora e ogni euro che dedichi alla tua crescita tornano dentro il business.

Il coraggio, per lei, è concreto: davanti a un bivio conviene imboccare la strada che spaventa di più, che quasi sempre è quella giusta, e continuare a studiare e a formarsi anche quando l’attività gira già.

Sui numeri, invece, non lascia margini, perché averli ignorati è stato uno dei suoi errori più grandi: “i numeri non sbagliano mai. I numeri ti danno sempre le risposte”

I numeri, per Virginia, vengono prima di ogni scelta e le danno la base su cui poggiare il coraggio. Restano però un punto di partenza, non una risposta chiusa: vanno letti e interpretati, perché è l’intuito a trasformarli in una direzione.

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