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Libere Super Woow #1: donne che vivono (e lottano) creativamente insieme alla P.IVA

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Libere super Woow è un ciclo di interviste a donne con P.IVA, quindi dedicato a libere professioniste nei campi più disparati dello scibile digital che vivono (e lottano) creativamente insieme. Per la prima di queste interviste abbiamo il piacere di ospitare Giovina Caldarola, nata e cresciuta nei pressi di Bari, a Ruvo di Puglia per la precisione, e che oggi vanta una cittadinanza salentina ultraventennale.

Spero che queste parole possano essere d’aiuto a te che stai per intraprendere questa strada, e che ancora ti poni tante domande, e a tutte le donne con P.IVA. Spero che possano essere uno spunto di riflessione e di incoraggiamento a fare delle scelte che possono magari non rivelarsi semplici ma che con le giuste cautele potranno portarti tante soddisfazioni.

Bene, non tolgo altro spazio a Giovina: passiamo subito al sodo!

Donne con P.IVA: Giovina Caldarola

  1. Ciao Giovina, da quando sei “libera” e in che campo?

Sono archeologa e ho un dottorato in Topografia Antica che mi ha condotta fino al 2015 a gravitare nell’ambito accademico come assegnista di ricerca all’Università del Salento. 

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Prima di abbandonare avevo già avviato un piccolo percorso nell’ambito della comunicazione culturale dal momento che le nuove tecnologie, i blog, i social proprio in quel periodo, stavano aprendo nuove strade che non aspettavano altro che essere sperimentate. Del resto l’accademia ci dovrebbe campare di comunicazione perché se non pubblichi e trasmetti i tuoi risultati è come se non esistessi, perciò per me è stato naturale continuare a concentrarmi sulla divulgazione per il settore culturale soprattutto perché delle ristrettezze della comunicazione accademica si sentivano già i primi alert. 

Oggi mi occupo di strategie digitali per la comunicazione culturale per siti archeologici, musei, progetti ed eventi sociali e culturali

  1. Come sei arrivata a questa scelta, che esperienze precedenti hai fatto che ti hanno condotta sin qui?

Ho sempre saputo di non voler prolungare troppo la mia sosta nel mondo della ricerca, insomma se non fosse accaduto nulla di decisivo entro un tot di tempo avrei abbandonato il campo. Le prospettive non erano per nulla rosee, si intravedevano lunghi anni di precariato alla mercé delle strategie di assegnazione di posti e questo clima non faceva altro che alimentare le lotte fratricide e intestine, linfa vitale per alcuni, un grosso logorio per me. Dunque, via. Ho preferito costruire qualcosa dove sapevo di dover contare solo su me stessa.

  1. È vero che in Italia il numero di P.IVA è cresciuto negli anni come ci dicono i dati, ma è anche vero che non si tratta comunque di una scelta facile. È stato così anche nel tuo caso? Sì, no perché

La mia scelta è stata quasi naturale ma ammetto che forse, quando l’ho fatta, non avevo ben chiaro ciò che mi aspettava, diciamo che l’ho fatto da incosciente ed è stato un bene. I primi anni sono stati duri, le entrate erano esigue ma ho potuto per fortuna contare su un piccolo salvadanaio che avevo messo da parte negli anni degli assegni di ricerca (ben cospicui), non ho mai avuto grandi necessità materiali ma sicuramente ho rinunciato a molte cose tra cui intrattenimento (cinema, teatro, ecc.) ma soprattutto i viaggi cui ero abituata anche e soprattutto per le frequenti trasferte di ricerca e cantieri archeologici. Avvertivo che era un settore nuovo quello nel quale mi stavo lanciando, ma che potenzialmente sarebbe diventato in breve tempo anche molto congestionato per il semplice motivo che il web è uno strumento alla portata di tutti e chiunque si sarebbe potuto approcciare. Quindi serviva formarsi, subito e bene. Gran parte dei risparmi sono finiti nei corsi, libri, webinar, ecc. ho letto fiumi di blog, forum e gruppi sia per la formazione, sia soprattutto sulla gestione della libera professione (come risparmiare, come fare le fatture, come tenere da parte la percentuale di tasse ecc.). 

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Al pagamento delle prime tasse ricordo di aver guardato la commercialista come a dire “e io mo come campo?”. Poi ho imparato un sacco di cose che non sapevo (molte ancora non si fissano in mente) e ora ne so almeno cinque volte tanto, mai abbastanza, ma intanto posso calcolare per tempo quante tasse dovrò pagare, perlomeno non arrivo più alla dichiarazione con l’ansia. 

La rete

Per quanto riguarda il lavoro direi che la rete, le persone incontrate online, archeologhe come me, operatori e operatrici culturali sono stati il punto di forza di tutta la crescita e consapevolezza della professione. Il confronto ha aiutato a superare moltissime paure, limiti, “ignoranza” del settore. Inoltre la conoscenza è stata anche foriera di nuove collaborazioni lavorative, progetti, network e dunque lavoro. 

  1. Le tasse sono certamente un problema ma anche la ricerca di clienti, i pagamenti postdatati nel tempo, la solitudine nelle scelte, il sentirsi continuamente inadeguate e con pezzi mancanti. Con che spirito ti poni di fronte alla quotidianità della P.IVA?

Lo stesso spirito di chi in determinati momenti sogna il posto fisso, come insegna Checco Zalone.

Battute a parte, la cosa peggiore credo sia l’impossibilità di fare progetti di spesa a lungo termine, che non li fa più nessuno come ben sappiamo, ma anche un semplice acquisto per la casa (ad esempio un condizionatore, necessario per le torride estati salentine) deve passare dal calcolo statistico delle probabilità di pagamento delle fatture, incroci di imprevisti e variabili possibili che manco un detective a Scotland Yard per capire se è possibile acquistarlo o meno prima che arrivi settembre insomma. È abbastanza frustrante dover fare sempre i calcoli sull’unghia, quindi si finisce con il vivere a vista, mantenendo sempre ben saldo lo sguardo sulla costa, mai mollare la presa sul timone. Questo comporta un allungamento a volte anche terribile non solo dell’acquisto di necessità come il condizionatore (ce l’ho non vi preoccupate, non squaglio!), ma in generale sull’andamento dei progetti (pochi) di vita.

  1. Hai dato vita a Blister – pillole culturali, il podcast che ti aiuta a non partorire stereotipi sulle donne. Quanto hanno gravato gli stereotipi lungo il tuo percorso professionale, se ve ne sono stati?

Questa è una bella domanda, grazie! Perché io non mi sono mai resa conto di quanto avessi subìto certe situazioni lungo il mio percorso. Ho a lungo bollato alcuni comportamenti come superficiali, o perché ero ancora “giovane e inesperta” o perché è così che va il mondo, prima di cominciare a percorrere una strada di consapevolezza personale che mi ha portato poi a creare BLISTER.

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 Ce ne sono stati di stereotipi, eccome se ce ne sono stati! E anche partoriti da persone molto vicine.

Tra l’altro – nota a margine – prima dell’attuale percorso di freelance nella comunicazione, sono stata un’archeologa che faceva sorveglianze sui cantieri, un ambiente che non lascia molto spazio alle donne già di base, figuriamoci a una donna giovane che ha un ruolo decisionale sull’andamento del cantiere. E il “cattivo atteggiamento” arrivava dai livelli alti della scala sociale cantieristica, mai dagli operai che, almeno in base alla mia esperienza, si sono sempre rivelati molto educati e cordiali, naturalmente sempre dopo un primo periodo di smarrimento e adattamento.

In pochi casi ho subìto anche stereotipi molto pesanti a livello psicologico e morale, che mi lasciavano frustrazione e rabbia dentro, ma che non sapevo come gestire e affrontare e che vivevo come un’ingiustizia. Oggi di consapevolezza ne ho di più, so rispondere a tono senza creare dispute incontrollate e so quando girare i tacchi e salutare cordialmente, ma devo dire che ancora resto stupita di doverli subire e non nascondo che l’amarezza resta. La sensazione in quei casi, è quella della “ragazza della bottega” e la reazione di rabbia è quella di volersi e doversi difendere sia come donna, sia come professionista, con un forte dispendio di tempo ed energie e quindi lavorare di più. Vale la pena?

Per fortuna grazie al web (odi et amo) c’è un bellissimo movimento che sta generando una grande consapevolezza sia tra le donne che tra gli uomini (non a caso ho scelto di rivolgere Blister a qualunque genere, coinvolgendo a parlarne qualunque genere). Io credo che in moltissimi casi, alle nostre latitudini soprattutto, è una mera abitudine culturale quella di relegare la donna in determinati contesti. Certamente c’è molta più crescita professionale e affermazione femminile nell’ultimo ventennio, ma ancora oggi in certi micro contesti lavorativi dove vige lo schema di lavoro anni ‘90 se provi a creare rottura generi scompensi mentali nei colleghi e non solo. Per fortuna diversi amici, colleghi, collaboratori sono molto aperti al dialogo e confronto e percorrono con noi il cambiamento, hanno compreso che non vogliamo fare nessuna guerra dei sessi, accaparrare alcun privilegio o lasciapassare, nessun favoritismo né quote rosa, ma semplicemente vivere la crescita professionale allo stesso modo in base alle capacità e peculiarità di ognuna. 

  1. Cosa vuol dire nella tua quotidianità lavorativa avere un equilibrio? Come si inserisce lo smart working rispetto a questo?

Lo smartworking è un bene ma anche un male

Solitamente sono molto equilibrata negli orari di lavoro. Quando lavoro da casa (la maggior parte del tempo) so che a una certa ora del mattino si comincia. E nei periodi normali di lavoro mi impongo le pause, le uscite per passeggiare o altre commissioni e l’orario di fine lavoro giornaliero. Purtroppo sappiamo bene che questo schema è difficile da rispettare e si finisce per far accavallare le ore di pranzo e di cena con il lavoro, il riposo con il supermercato, la sera tardi con il pc.

Durante il lockdown sono riuscita ad avere un comportamento rigoroso, mai al pc in pigiama, seguivo e seguo tuttora le abitudini degli orari che mi sono imposta. Il problema è che, soprattutto nei periodi di delirio lavorativo, sai quando inizi ma di sicuro non quanto finisci. Lo smartworking da casa rischia di creare una continuità tra la vita domestica e il lavoro che si vanno a mescolare e finiscono per diventare tutt’uno. Con il lockdown e il carico enorme di lavoro avuto nelle immediate riaperture (sia nell’estate 2020 che 2021) ho subìto moltissimo questo mescolamento, la casa che dovrebbe essere luogo di riposo è diventata il luogo del lavoro, dello stress, del burn-out, delle arrabbiature, dello sfogo lavorativo. 

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Non è stata una bella esperienza, ancora ne sento le conseguenze. Difatti ho iniziato a cercare altri posti per lavorare (e questo è il bello del lavoro agile) per restituire alla casa lo status di luogo di riposo. Non è semplice trovare nuovi luoghi per lavorare, a dispetto dei super nomadi digitali che lavorano addirittura dalla spiaggia (non ci riesco, ci ho provato!) ma in generale biblioteche, coworking, sale lettura e altri spazi pubblici consentono di testare posti nuovi e vedere anche gente diversa. E non solo su Lecce ma anche in altre città, nei miei progetti vorrei allargare geograficamente questa abitudine, vorrei vivere nuovi luoghi per periodi più lunghi associandoci il lavoro. Insomma proprio come fanno i nomadi digitali pro che viaggiano e lavorano, ma ci deve essere una sostenibilità rispetto ovviamente allo stile di vita. 

  1. Rincorrere il tempo, non riuscire a separare quello della vita lavorativa da quello della vita personale, averne di libero e pensare che lo stiamo sprecando: il rapporto tra le “libere” e il tempo è spesso un problema. Ti ci rivedi in queste dinamiche? Com’è possibile trovare la quadra secondo la tua esperienza?

Dirò una cosa che va in contrasto con la libera professione, ed è quella di imporsi innanzitutto degli orari lavorativi. Come ho già detto, le ultime due estati sono state davvero infernali per me, troppi lavori, ognuno doveva compensare un altro dove il pagamento era in ritardo o sospeso, ogni committente aveva delle priorità che si sovrapponevano a quelle degli altri, credo di aver lavorato anche 14-15 ore al giorno e per un periodo di tempo troppo lungo da sopportare a livello psicologico, ho dovuto a un certo punto anche chiedere l’aiuto da casa per nutrizione e gestione domestica perché ero andata in tilt. Questo ha avuto delle pesanti ripercussioni sulla mia vita sociale, o meglio, sulla mia gestione dei rapporti sociali (perché di vita sociale non ne ho avuta proprio) e nei rapporti familiari e affettivi. L’umore ne ha risentito, il fisico pure, la mente non ne parliamo e per rimettermi in carreggiata ci sono voluti diversi mesi, anzi sono ancora in recupero se proprio dobbiamo dirla tutta.

Quanto successo negli ultimi due anni è stato un caso estremo naturalmente, ma ho avuto modo di riflettere sulle priorità della vita. Lavoriamo tantissimo e spesso non veniamo ricompensate adeguatamente, non abbiamo alcuna tutela, facciamo ore extra non riconosciute e non dimostrabili, facciamo un lavoro il cui prodotto finale è effimero, non materiale, dunque il suo valore varia a seconda di quanto il committente è consapevole di quello che sta ricevendo. I committenti inoltre sono spesso poco consapevoli della difficoltà del lavoro digitale, del tempo immenso che comporta, come dicevo prima essendo il web alla portata di tutti si tende a pensare che sia una cosa facile (“e allora fattill tu”) o che tutto si crei in poco tempo. Abbiamo la nostra professionalità, i costi di formazione, aggiornamento, pagamento tools, abbonamenti, spese di strumentazione e molto altro ma poi la cosa più preziosa è il tempo. Io cerco sempre di metterlo in primo piano, ogni ora ha un valore, il mio tempo ha un valore. Non va sprecato. Non ne vale la pena ammazzarsi e ridursi in poltiglia e vedere soprattutto sbriciolata la rete sociale, che è una delle cose che hanno maggiore valore nella vita.

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Dunque sto cercando di accettare meno lavori ma di qualità e più duraturi, cerco per quanto possibile di mantenere orari di lavoro umani (si sfora sempre ma senza esagerare). Posso restare al computer anche oltre l’orario ma per seguire qualche mio progetto personale, come BLISTER. 

La gestione del tempo

Inoltre da alcuni mesi ho iniziato ad utilizzare un tool (si chiama Clockyfy ma ce ne sono diversi altri) con il quale monitoro il tempo impiegato a lavorare su ogni progetto. Quando comincio faccio partire il timer, quando finisco o vado in pausa o passo ad altro lo stoppo. Grazie a questo riesco a concentrarmi su un solo task per volta – anche perché quello di passare da una cosa all’altra continuamente è un altro aspetto deleterio del freelance – e soprattutto riesco a rendermi conto di quanto tempo dedico effettivamente a ogni lavoro in funzione del compenso che ricevo. Se sforo, come è capitato, lo faccio presente al committente.

Infine, altro elemento super importante per non perdere tempo (la perdita di tempo è una delle cose che non tollero nell’ambito lavorativo): telefono in modalità silenziosa o spento, WhatsApp sul pc ma con notifiche disattivate. 

  1. Idee, idee, idee. Come dare un ordine e non lasciare che la creatività (e il disordine) prenda il sopravvento? 

Soprattutto in questo periodo ho la testa che frulla continuamente. Le migliori idee mi vengono quando cammino, sotto la doccia o mentre mangio un gelato. 

Il mio metodo per mettere ordine queste idee è carta e penna. Ho un quadernone sul quale scrivo le cose che ritengo più importanti, così come mi vengono, poi le riguardo ore o giorni dopo e decido se sono buone o no. E se non sono buone comunque restano sul quadernone perché potranno diventare buone tra qualche tempo. E poi ho un’agenda cartacea che è la mia compagna quotidiana, non solo per gli appuntamenti (sincronizzati anche con calendari online e telefono) ma per tracciare proprio la quotidianità. È un luogo dove metto brevi suggestioni, ma anche appunti di stati d’animo e cose più banali, mi piace che resti traccia, può sempre servire.

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  1. Lo sconforto periodico, il “chi me l’ha fatta fare” dopo l’appuntamento col commercialista, il concorso alle poste mai tentato per una libera professionista sono spesso dietro l’angolo, soprattutto in questo periodo storico così complesso. Hai dei tuoi talismani personali per neutralizzare queste sensazioni da giornata NO?

Un tempo andavo di uncinetto, ho creato pupazzi per tutta una generazione di nati tra il 2016 e il 2020. Ma in generale ciò che mi rigenera molto è il mare, l’azzurro, ma anche una passeggiata nel verde ha su di me un beneficio enorme. Azzurro + verde poi è la combo micidiale, la droga. Nella bella stagione aggiungo anche un buon gelato.

  1. Prima di lasciarci ti chiedo: se dovessi dare 3 consigli a una donna che ha in mente un’ottima idea e vuole lanciarsi con il paracadute nel mondo delle “libere”, cosa le diresti?
  1. Innanzitutto fai rete online e offline: freelance non vuol dire lavorare da soli, insieme si cresce e ci si confronta, ma soprattutto ci si aiuta e supporta nelle difficoltà.
  2. Formazione sempre e occhi aperti sulle novità: per stare un passetto avanti bisogna perlomeno conoscere il nuovo, non necessariamente saperlo usare.
  3. Non lasciare che il lavoro che svolgi per terzi si mescoli o ti privi del tempo che dovresti dedicare a te stessa: impegnati per ritagliarti degli spazi quotidiani.
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Grazie mille Giovina per averci aperto le finestre sul tuo mondo!

A presto con altre storie di donne con P.IVA!