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Chiara Palmieri: progettare nuovi spazi di crescita

La crescita trasversale di Chiara Palmieri raffigurata in uno spazio d'arredo

Salire, crescere e arrivare sono traiettorie professionali predefinite. Esistono però percorsi che nascono dal fare, dall’essere dentro le cose, dall’imparare stando realmente nel progetto ogni giorno.

Chiara Palmieri, Pedagogista e Interior Designer, ha costruito il suo percorso esattamente così. Dopo anni nei nidi, da educatrice a coordinatrice, ha capito che la crescita non doveva essere verticale, ma trasversale. 

Invece di cercare il gradino successivo, ha scelto di integrare interior design, counseling e pedagogia montessoriana per trasformare lo spazio fisico in uno strumento di lavoro.

“Ho iniziato lavorando come sostituta poi educatrice, coordinatrice e questo mi riporta sempre a quella dimensione in cui stavo con le mani dentro il lavoro” racconta nella puntata del podcast “Salti, i pensieri che muovono il business”.

In questo episodio parliamo di come portare una competenza di nicchia in contesti inaspettati e del perché lo spazio diventa un alleato del professionista solo se progettato con intenzione.

Un racconto per chi sente di aver raggiunto i limiti del proprio ruolo e cerca una nuova direzione.

Crescere in modo trasversale

Dopo anni nello stesso ruolo, arriva un momento che molte professioniste conoscono bene: tutto funziona, i risultati ci sono, il ruolo è solido. Eppure, qualcosa non quadra più. Non è una crisi né un momento di rottura, ma una sensazione più sottile, una prospettiva che cambia e una domanda che si fa insistente.

“Ad un certo punto ho capito che potevo crescere professionalmente anche senza verticalizzarmi in un ruolo.”

Invece di cercare il gradino successivo nella gerarchia, la classica scalata verticale, Chiara Palmieri sceglie di fermarsi e guardare altrove. Inizia a studiare, e non si limita a una sola disciplina ma integra interior design, organizzazione degli spazi, counseling sistemico relazionale e pedagogia montessoriana. Invece di restringere il campo per specializzarsi, lo apre.

In questo gesto di apertura c’è il cuore del suo metodo: la trasversalità. Non è dispersione, ma un accumulo di competenze che, messe in relazione, creano un nuovo spazio d’azione.

“Ho deciso di specializzarmi in maniera trasversale… ho iniziato a studiare tantissimo.”

Un nuovo modo di guardare gli spazi

Il metodo di Chiara non è nato a tavolino. È il risultato di un’osservazione sistematica: anni passati nei nidi, la formazione Montessori e il confronto diretto con realtà internazionali come Berlino. 

Chiara ha iniziato a guardare gli spazi non come contenitori neutri, ma come variabili attive del processo educativo.

Nell’intervista del podcast racconta:”Ho iniziato a pensare che la parte legata alle scelte che facciamo rispetto ai materiali sia fondamentale per la progettazione educativa.”

Da questa intuizione, lo spazio cessa di essere uno sfondo e diventa uno strumento di lavoro

Ogni centimetro, ogni oggetto e ogni disposizione diventano oggetto di un intervento intenzionale, capace di fare la differenza tra un ambiente che sostiene l’attività e uno che la ostacola.

Una immagine di Chiara Palmieri che si presta a parlare di progettare lo spazio per sostenere la relazione

Progettare lo spazio per sostenere la relazione

Il momento in cui Chiara interviene in un servizio educativo, il suo obiettivo non è l’estetica o l’ordine fine a se stesso. La sfida è verificare se lo spazio lavora a fianco dell’educatrice o se, al contrario, genera attrito.

Per ottimizzare questa interazione, il suo metodo agisce su quattro pilastri:

  • Selezione: Scegliere rigorosamente cosa mantenere e cosa eliminare.
  • Organizzazione: Definire la posizione di ogni elemento in base a una logica funzionale.
  • Riduzione dell’accumulo: Contrastare l’accumulo silente che satura gli ambienti.
  • Progettazione dell’esperienza: Strutturare il percorso del bambino, decidendo cosa incontra e con quale ordine.

Ogni scelta ha un impatto diretto. Il bambino legge lo spazio prima ancora di incontrare l’adulto: un ambiente affollato o disorientante trasmette messaggi che si traducono immediatamente in un calo di attenzione o in una minore disponibilità alla relazione.

“Se riusciamo a organizzare gli ambienti per farci supportare mentre diamo priorità alla relazione, questo ci viene molto in aiuto.”

Lo spazio non sostituisce l’educatrice, ma ne diventa il principale alleato, facilitando il compito più difficile: costruire una relazione di qualità.

Dal nido agli altri contesti: l’espansione del lavoro

Il metodo sviluppato nei nidi non rimane confinato tra quelle mura. 

Chiara intuisce presto che i principi dell’accoglienza pedagogica sono universali e applicabili a qualsiasi spazio destinato a ospitare bambini, anche in contesti non progettati per loro.

La validità di questo approccio trova conferma sul campo, quando viene chiamata dalla Fondazione Alma Mater dell’Università di Bologna per un master rivolto agli odontoiatri pediatrici. 

A prima vista, un ambulatorio odontoiatrico è l’antitesi di un ambiente educativo. 

Eppure, le domande che Chiara pone in aula sono le stesse che rivolge alle educatrici:

  • Come accogliere un bambino in uno spazio che non è “suo”?
  • Come abbassare il livello di tensione del piccolo paziente e dell’adulto che lo accompagna?
  • Come prevenire che l’ansia del genitore, magari figlia di esperienze negative pregresse, venga trasmessa al figlio già in sala d’attesa?

“Ho ragionato con altri professionisti su come accogliere bambini in ambienti che non nascono per loro.”

Da questa esperienza il raggio d’azione si amplia: studi professionali, aziende di arredo per la prima infanzia e contesti eterogenei diventano le nuove frontiere del suo lavoro. 

Cambia il settore, ma il principio resta immutato: lo spazio non deve essere lasciato al caso. 

Ogni ambiente, se progettato con intenzione, può trasformare un’attesa o un’esperienza breve in un momento vissuto con consapevolezza e minor stress.

La crescita trasversale di Chiara come mostra l'immagine passa anche attraverso la comunicazione negli spazi educativi

Definire il valore del proprio lavoro

Costruire una nicchia dove non esistono riferimenti o competitor diretti porta con sé una sfida che ogni libero professionista incontra: assegnare un prezzo al proprio valore. 

Non è un passaggio naturale. Richiede tempo, metodo e, spesso, un supporto esterno per guardare i propri numeri senza pregiudizi.

È qui che entra in gioco il percorso con Federica Ometti: un lavoro di affiancamento volto a trasformare l’intuizione in strategia di business.

“È stato molto complesso” racconta Chiara nel podcast “partendo dai dati oggettivi… il quadro è diventato più nitido.”

Il processo parte dall’analisi cruda della realtà: non si contano solo le ore di consulenza frontale, ma tutto il back office invisibile (la ricerca, la progettazione, l’analisi dello spazio, lo studio della relazione)  che solitamente rimane fuori dal preventivo. 

È quando questi numeri emergono che si scontra con il vero ostacolo ovvero la paura di chiedere troppo.

Col tempo, Chiara approda a una consapevolezza fondamentale: il prezzo non è un costo per il cliente, ma una dichiarazione di valore. 

Svalutare il proprio lavoro per paura di un rifiuto non protegge l’opportunità, la indebolisce. 

Allineare il prezzo al valore reale non allontana i clienti. Li seleziona, garantendo che chi sceglie di collaborare con lei comprenda e riconosca la portata del suo intervento.

Fidarsi dell’istinto e restare in movimento

Nell’intervista condotta da Federica emerge spesso come Chiara non si affidi a formule di marketing o strategie di posizionamento. 

La sentiamo tornare soprattutto al termine al punto in cui tutto ebbe inizio.

Per chi sta muovendo i primi passi, il consiglio è netto: “Fidarsi del proprio istinto è quello che ha fatto la differenza,” racconta. 

Per dieci anni, Chiara ha convissuto con l’ansia della responsabilità, finché non ha capito che il suo ruolo, per quanto solido potesse essere,  aveva esaurito la sua spinta propulsiva. 

Il cambiamento è stato il frutto di una consapevolezza graduale. Chiara ha fatto tesoro di ogni fatica, competenza e relazione vissuta, trasformando tutto il suo bagaglio pregresso nel motore della sua nuova direzione professionale.

Per chi invece sente di aver già raggiunto i confini del proprio percorso, l’invito è a restare curiosi. “Anche quando pensiamo che non ci siano altre strade, possono aprirsi ramificazioni che non immaginiamo.” 

Immagine di Chiara che ci mostra come la crescita trasversale passa attraverso i gesti naturali dei bambini

Mettersi all’altezza del bambino

C’è un’immagine con cui Chiara chiude il suo racconto, e che dice più di qualsiasi definizione professionale.

“Se volete mettervi nel mio mondo… sedetevi all’altezza del bambino e guardate cosa vede lui.”

È un invito concreto, quasi fisico. Un gesto semplice che cambia completamente la prospettiva. Perché progettare uno spazio a misura di bambino non significa riempirlo di colori o di giochi, significa capire cosa arriva a chi lo abita, cosa percepisce, cosa lo accoglie e cosa invece lo esclude.

E forse è proprio questa la sintesi del suo lavoro: non guardare lo spazio da fuori e decidere com’è, ma entrarci, mettersi nei panni di chi deve usufruire del servizio e vedere cosa c’è davvero.

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L’episodio “Crescere in modo trasversale”  con Chiara Palmieri  per Lofacciodigital  è disponibile su  Spotify, Apple Podcaste sulle principali piattaforme di ascolto.

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